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5 giugno 2003- Ateneo Pontificio Regina Apostolorum

"Il futuro delle politiche
ambientali in Italia e in Europa"

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INTERVENTO DEL


Prof. Pietro Armani
Presidente Commissione Ambiente
della Camera dei Deputati

Mi scuso per il ritardo ma ero alla Camera perché era in corso una riunione plenaria delle Commissioni Bilancio dei parlamenti dei paesi aderenti all'OCSE. Siccome il problema dell'ambiente è anche un problema di conti e di soldi, ho voluto partecipare almeno all'inizio della discussione su questi temi. Il tema di questo convegno è il futuro delle politiche ambientali in Italia e in Europa. L'Europa è un tema che non rientra direttamente nelle mie competenze di legislatore italiano. Tra l'altro, a puro titolo personale, sono abbastanza critico su questa Europa, sia sulla moneta unica che sul modo con cui è stata costruita, quindi non mi occupo dell'Europa mi occupo dell'Italia. La politica ambientale, come voi sapete, in Italia è cresciuta sulla lenta, ma progressiva, presa di coscienza di certi problemi e questa è stata una crescita lunga e faticosa. Noi abbiamo avuto un lungo periodo in cui non c'era nessun freno e nessun controllo in tema di impatto ambientale dello sviluppo economico, industriale, edilizio; per cui ad esempio costruivano colate di cemento lungo le coste senza curarsi di nulla, la Liguria ne è un'espressione molto precisa. La Liguria e la Riviera romagnola infatti sono un'espressione molto precisa di questo tipo di politica. Molti sindaci, specialmente di paesi che non avevano vocazioni industriali, hanno voluto creare molto spesso, nel tentativo di sviluppare vocazioni turistiche, strutture alberghiere talvolta gigantesche, per cui c'è stato un lungo periodo che collocherei tra gli anni 50 e gli anni 70 in cui praticamente non ci sono stati vincoli. La legge Galasso è stata uno dei primi tentativi, anche se largamente inapplicata per alcuni aspetti, di individuare dei percorsi all'interno dei quali vincolare l'attività edilizia. Poi naturalmente ci siamo trovati di fronte alla logica del pendolo, se il pendolo viene tirato troppo da una parte, poi lasciato libero riparte dall'altra parte. Quindi abbiamo avuto una sbornia ambientalista esagerata, eccessiva, praticamente bisognava chiedere il permesso per mettere un chiodo in un muro, bisognava bloccare tutto. Questo è avvenuto in connessione con certe ideologie che vedevano nell'industrialismo, nello sviluppo il male peggiore, la fine della natura. Oggi questa ideologia assume tratti ancor più estremistici attraverso le istanze ed i metodi di lotta No Global. Queste idee così astratte, così vaghe, naturalmente hanno portato, anche nella costruzione del Ministero dell'Ambiente sotto l'impronta politica dei suoi primi Ministri, ad una accentrazione di questa ideologia ambientalista per cui nulla si deve muovere. Si diceva "Si certo va bene l'occupazione, lo sviluppo, il profitto, l'impresa, però prima bisogna difendere l'ambiente, dobbiamo salvare il nostro respiro ecc.." Poi contemporaneamente coloro che combattono il cosiddetto inquinamento elettromagnetico sono in possesso di due o tre telefoni cellulari. Sull'elettromagnetismo comunico tra l'altro che come Commissione ambiente della Camera abbiamo aperto un'indagine conoscitiva, perché vogliamo capire bene fino a che punto si tratta della propensione di quelli che sono i moderni tutori di Manzoni oppure che abbia un fondamento concreto la remora dei catastrofisti. Il 16 giugno andremo a votare un referendum in cui oltre all'estensione dell'art.18 c'è anche un altro referendum, un referendum che elimina l'obbligo di veder passare sul proprio terreno quindi a livello anche del piccolo proprietario terriero, linee elettriche sia aeree che sotterranee, sono manifestazioni estreme naturalmente. Questi due referendum sono stati inventati dalla componente più estrema della sinistra per fare la guerra all'altra componente della sinistra, quindi sono problemi che a mio avviso non mi riguardano, anzi cerco di combatterli. Ma per dare la dimostrazione di questo estremo del pendolo che ha portato a seguito della lunga politica di disattenzione nei confronti dell'ambiente, nei confronti del territorio, della difesa dei centri storici, dei nostri boschi, delle nostre coste ecc, ha portato poi all'eccesso opposto, che tutto deve essere bloccato non si può fare nulla e così via. Poi è accentuata questa nuova tendenza di certe teorie per esempio il "club di Roma di Aurelio Peccei, adesso con i libri di Aurelio Peccei ci facciamo gli aereoplanini di carta insieme ai libri di Marx Ormai quel catastrofismo che caratterizzava il periodo degli anni 70 non a caso coincidente con le brigate rosse, il 68 e così via, con quelle teorie non possiamo più fare i conti perché sono sballate. Io personalmente ho un'idea molto precisa sul fatto del riscaldamento della terra. Tutti dicono che dipende dall'effetto serra. Io personalmente mi permetto di dissentire. Sono stato recentemente a un convegno all'Università di Napoli e ci sono stati fior di professori specialisti in questo campo che mi hanno dimostrato come ormai il cosiddetto buco dell'ozono, che, doveva essere la causa dell'effetto serra e che doveva aprire uno spazio enorme su Antartide si è ormai chiuso. Quindi il problema non è questo, a mio avviso come è stato dimostrato dalle relazioni che ho ascoltato in quel convegno, il fenomeno nasce più che altro dai grandi cicli del tempo del nostro pianeta, che hanno periodi di riscaldamento e di raffreddamento che naturalmente noi non possiamo verificare perché durano per 100 - 200 anni. Anche se noi in questa valle di lacrime ci piangiamo e auspichiamo che la durata media della vita umana si allunghi, non abbiamo naturalmente gli strumenti per poter verificare quanto durano questi periodi, queste ere di evoluzione di temperatura della terra. Forse dal settecento cominciamo a misurarle ma non abbiamo gli strumenti per dire quanto durerà: 100 anni, 200 anni o più. Tra l'altro, io, proprio quest'estate, in campagna, ho ritrovato il libro dell'abate Antonio Stoppani, "il Bel Paese", un libro del 1880, credo, subito dopo l'unità, che tra l'altro era un modo per far conoscere l'Italia agli italiani, che non la conoscevano, parlavano ognuno il proprio dialetto e non avevano la possibilità di comunicare e c'era un capitolo sui ghiacciai, c'era la rilevazione che il ghiacciaio del Forno, sopra Santa Caterina Valfurva, si stava pericolosamente ritirando già in quel periodo, quindi probabilmente il periodo di riscaldamento della terra aveva cominciato a verificarsi già da allora. Voi capite, quindi, che queste sono cose che non possiamo verificare e che forse verificheranno i nostri figli, o i nostri nipoti, se continueranno le rilevazioni come si fanno e come stanno facendo, per esempio, nella famosa piramide sotto l'Everest, attività promossa dal professor Ardito Desio, e come fanno tutti gli scienziati che misurano i vulcani, ghiacciai e così via. Questa è la realtà. Noi adesso, io credo che con il ministro Matteoli, con l'amico Prof. Paolo Togni, il Senatore Specchia, mio dirimpettaio al Senato, stiamo cercando di impostare una vera politica Ambientale. Noi tutti ci stiamo impegnando affinchè la proposta di riordino della legislazione ambientale sia definitivamente legge dello Stato perché la delega ambientale comporta tutta una serie di decreti delegati, che devono riordinare, oltre l'aspetto diciamo dei testi unici, che raggruppano le leggi esistenti, quindi, fanno semplicemente un assemblaggio e una razionalizzazione della legislazione esistente ci sono tutta una serie di altri interventi cosiddetti interventi immediati di legislazione attiva che danno luogo poi anche essi a ulteriori deleghe di sistemazione e di interventi sia nella politica nel campo dell'acqua, sia nella politica nel campo dei rifiuti, sia nella politica nel campo dei parchi nazionali, delle riserve naturali e delle riserve marine e cosi via. Quindi ci sarà necessità di ulteriore tempo per preparare questi decreti delegati. Molto saggiamente il Senato ha eliminato la cosiddetta bicameralina, una commissione parlamentare che aveva il compito di vagliare i decreti delegati, io ero contrario fin dall'inizio, lo sa l'amico Paolo Togni, che secondo me era un modo per espropriare le due camere della necessità di valutare il contenuto di questi decreti delegati, Perché una volta data la delega poi bisogna controllare che essa sia compatibile rispetto alla legge di approvazione, quindi noi pensiamo che entro la fine di quest'anno, i primi dell'anno prossimo, io mi auguro che il Professor Togni possa accelerare i lavori della Commissione che poi è istituita per preparare questi decreti delegati, in modo da dare ordine e cultura a questo settore, perchè come voi sapete, io parlo come voi vedete in modo molto concreto, il Ministero dei Beni Culturali dal punto di vista della struttura è nato con apporti di burocrati e di funzionari che venivano dalle più varie esperienze, peraltro gente di grandissimo valore, che vi posso dire il Direttore Generale dei Parchi viene dalle Ferrovie eppure è un uomo di grandissimo valore e di grandissima capacità che ha perfettamente capito la realtà dei parchi, che si impegna perchè questi parchi funzionino bene e così via. Tuttavia è chiaro che noi dobbiamo creare una cultura omogenea all'interno di questo Ministero, affinché poi le varie direzioni e i vari settori siano, diciamo così, calibrati per le esigenze del controllo e della politica dell'ambiente che, come voi sapete è una politica pervasiva, perché ormai l'ambiente entra dappertutto, non parliamo degli inceneritori, delle discariche, non parliamo del controllo dell'acqua, ma addirittura quando si costruisce un impianto industriale bisogna avere tutta una serie di garanzie e naturalmente avere una verifica di impatto ambientale e così via, quindi praticamente l'ambiente entra dappertutto. Allora occorre una cultura da parte del Ministero in collegamento con gli altri Ministeri, il Ministero delle Attività Produttive, il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, il Ministero dell'Agricoltura, il Ministero della sanità e cosi via, anzi Ministero delle Politiche Sanitarie, la sanità adesso è passata alle Regioni, creare una capacità di strutture del Ministero dell'Ambiente che sia in grado di colloquiare con le altre amministrazioni che abbia una cultura molto più ampia della stretta competenza ambientalista, alla quale noi eravamo abituati con i geologi, con i botanici, con gli ornitologi. Ecco, non si tratta solo di questo, si tratta anche vedere i problemi in un complesso di problematiche molto più ampie, e quindi ecco che noi dobbiamo costruire, e il Professor Folco Quilici lo ha già accennato mi pare in modo molto peculiare, dobbiamo costruire una cultura che da un lato abbia la funzione del rispetto dell'ambiente e di tutte le sue fattispecie, ma contemporaneamente si renda conto della necessità di uno sviluppo sostenibile, uno sviluppo compatibile con i vincoli di carattere ambientali, in modo che i vincoli non siano una camicia di nesso dentro la quale dobbiamo stringerci, per carità dobbiamo rinunciare e magari mandare in Romania o in Bulgaria degli impianti industriali, certamente noi faremo con la nuova divisione internazionale del lavoro, ci sarà certamente il passaggio di attività produttive, per esempio, ad alta intensità di manodopera e forse ad alto pericolo di inquinamento verso i paesi in via di sviluppo, questo è un fatto fatale, non perché vogliamo inquinare i paesi in via di sviluppo, ma perché fatalmente essendo il nostro costo del lavoro più alto rispetto ai paesi in via di sviluppo, noi ci terremo la parte diciamo a più alta intensità di capitale, sia capitale di investimento di impianti e macchinari, sia capitale intellettuale, perché è quella la nuova divisione internazionale del lavoro. D'altra parte noi stessi, il nostro sviluppo economico è nato alla fine della seconda metà del settecento, cominciando a trasformare per esempio gli agricoltori in, diciamo, coltivatori del baco da seta e poi successivamente in industriali tessili. Questo è stato l'inizio del nostro sviluppo, utilizzando le cadute d'acqua che c'erano lungo le Alpi, lungo le valli alpine. Questa è stata l'origine della nostra, ancora nella seconda metà del settecento soprattutto in Lombardia, Piemonte già Veneto, vedete è uno sviluppo successivo rispetto a quello originario e quindi a caratteristiche completamente diverse. Quindi il fatto di combinare questi due aspetti, la difesa dell'ambiente, giustamente il professor Quilici ha ricordato l'aumento dei nostri boschi, però attenzione stanno aumentando i nostri boschi ma anche perché si abbandona l'agricoltura di montagna e per certi versi è giusto che si abbandoni perché è meno redditizia, però attenzione se le Alpi e gli Appennini vengono abbandonati dai contadini rischiamo poi il degrado idrogeologico perché non è affatto detto una volta che il bosco si è sviluppato diciamo ci siamo difesi dal dilavamento delle acque, non è affatto detto, basta andare in Valtellina e vedere come nonostante che ci siano i terrazzamenti per le magnifiche coltivazioni di vino che ci sono in Valtellina, nonostante che ci siano i boschi, la natura del terreno porta fatalmente ogni tanto a delle frane e delle alluvioni. Noi abbiamo fatto una lunga indagine sull'esigenza dei piccoli comuni, mi riferisco ai comuni al di sotto dei cinquemila abitanti, ma soprattutto al di sotto dei tremila, sono comuni di montagna, di collina, comuni in cui va difeso il principio della guardia medica, il principio della postazione dell'ufficio postale. Noi abbiamo fatto, nel preparare questa legge, una audizione con la Conferenza Episcopale Italiana, perché ci rendiamo conto che la difesa degli archivi parrocchiali per esempio rappresenta uno strumento di difesa delle radici di questi comuni che rischiano con l'invecchiamento della popolazione e con l'abbandono da parte dei giovani, che magari se ne vanno in pianura per lavorare, rischiano di essere abbandonati e perduti. Quindi noi pensiamo anche, addirittura, ad una legge che, come avviene in alcuni paesi europei per esempio la Svizzera, finanzi il mantenimento di certe culture agricole in montagna perché quello è un modo anche per difendere dal degrado del territorio queste zone che rischiano di essere completamente abbandonate con il fatto che la popolazione italiana, ahimè, io sono per il rilancio della natalità, ma purtroppo la popolazione italiana sta invecchiando, siamo il popolo credo più vecchio d'Europa se non del Mondo, e quindi dobbiamo preoccuparci anche di tutta questa realtà. Pensate che nell'ambito della struttura del territorio nazionale la componente montana e pedemontana è in larghissima percentuale rispetto al totale del territorio, quindi il fatto che si abbandonino queste realtà rischia di essere poi in prospettiva un fatto molto pericoloso. Quindi c'è la necessità di contemperare lo sviluppo con la difesa del territorio, noi, per esempio, per la difesa dell'ambiente, stiamo facendo un'indagine conoscitiva sui parchi nazionali e sulle aree protette. Perché è nata questa indagine? E' nata perché abbiamo scoperto che nell'ambito dei bilanci degli Enti parco, praticamente esistevano grosse risorse disponibili, quindi risorse in conto capitale, per spese in conto capitale, disponibili e non utilizzate. C'erano praticamente in base ai dati del 2002, circa dai 300 ai 400 miliardi di vecchie lire assegnati ai vari parchi naturalmente in dimensioni diverse da parco a parco anche perché alcuni parchi sono nati più tardi quindi naturalmente non hanno avuto il tempo di organizzarsi, non spese per il sostegno delle attività produttive compatibili naturalmente con l'esigenza del parco, presenti nelle aree dei parchi. Ora le popolazioni, lo ha detto anche il professor Quilici, le popolazioni spesso vedono queste aree protette come un elemento negativo come un elemento di limite appunto perché c'è ancora questa idea dell'ambientalismo che impedisce qualunque movimento per vivere e quindi bisogna conservare tutto così com'è e naturalmente noi invece abbiamo interesse e lo ha detto bene il Ministro Matteoli addirittura all'inizio della legislatura quando ha parlato del suo programma di governo, noi dobbiamo fare in modo che le popolazioni vedano i parchi e le aree protette come un fatto di opportunità non come un fatto di costo, cioè, io contadino ho il cinghiale che mi rovina l'orto, devo accettare che il cinghiale mi rovini l'orto e poi magari chiedo al Ministero o al parco il rimborso per i danni. Questo è uno sbaglio perché noi dobbiamo dove ci sono i cinghiali, dove sono endemici per carità, conservarli sia pur selezionando, perché come voi sapete molto spesso si incrociano con i maiali e aumentano la loro prolificità in misura esattamente esponenziale come cala la prolificità degli italiani e, quindi noi dobbiamo fare in modo che lo sviluppo di queste specie, specialmente dove non sono, io molti anni fa, due o tre anni fa, passavo a mezzanotte nel lungo Lago di Luino - Lago Maggiore ho trovato un cinghiale che mi ha attraversato la strada, ora i cinghiali nella zona dell'alta Lombardia credo che siano finiti estinti all'epoca dei Visconti o degli Sforza, quindi il fatto che siano tornati è un elemento negativo a mio avviso, perché sono tornati in zone fortemente urbanizzate ormai, e, quindi in zone dove certamente sono di elemento negativo perché distruggono, per esempio dove ci sono le culture viticole magari di vino pregiato arrivano i cinghiali e distruggono tutto, e quindi bisogna cercare di evitare che questo fenomeno si determini e nello stesso tempo cercare invece di mantenere, di difendere specie che sono in via di estinzione, l'orso morsicano, il camoscio abruzzese, il muflone. Quindi occorre fare una politica per sostenere attività produttive compatibili in queste aree protette che siano diciamo di interesse per la popolazione, ad esempio la lavorazione del legno, la organizzazione di guide con cavalli, muli per portare i visitatori nelle aree protette. Tra l'altro noi sosteniamo che le aree protette che adesso sono assegnate alla Guardia Forestale dello Stato a seguito della estinzione dell'Azienda Autonoma per le Foreste Demaniali siano assegnate alle Amministrazioni dei parchi, perché in quel modo, siccome le aree, le riserve naturali sono cintate, sono protette, i parchi possono fare anche un po' di autofinanziamento, facendo pagare un ticket ai visitatori, anche questo è un modo da un lato per alleggerire l'onere sul bilancio pubblico, dall'altro per dare un minimo di capacità amministrativa alle gestioni dei parchi, e quindi contemporaneamente favorire queste attività produttive facendo spendere questi soldi. Molto spesso abbiamo scoperto che queste spese sono difficili perchè le procedure burocratiche per l'approvazione di uno stanziamento da parte di un Ente Parco sono molto più lunghe di quelle che per esempio ha un comune che fa parte dell'area del parco, quindi direttamente interessato. Ci sono questi interventi che dobbiamo un po' rivedere che saranno oggetto della nostra relazione finale sulla indagine conoscitiva dei parchi che porteremo all'attenzione del Ministro, perchè fra l'altro è stato anche un pò il Ministro che ci ha stimolato a fare queste indagini. Noi siamo uno dei paesi d'Europa in cui lo spazio complessivo delle aree destinate a parco riserva o area protetta comprendendo sia quelle statali che quelle regionali e uno dei paesi che ha la più alta estensione da questo punto di vista, pensate che in Abruzzo ci sono tre parchi nazionali in più, c'è la riserva dei monti Sibillini che sta al confine tra Marche e Abruzzo, quindi ci sono situazioni che noi dal punto di vista diciamo così della difesa dei parchi siamo contenti che ci siano e sono importanti da conservare. Al momento occorre che le popolazioni capiscano che il parco è una opportunità, è uno strumento di sviluppo e non è necessariamente un vincolo, questo è un aspetto appunto della politica che va riassestata su questa prospettiva di sviluppo compatibile che riguarda anche altri aspetti, per esempio torno sul discorso del cosiddetto inquinamento elettromagnetico. Allora se noi dovessimo dimostrare, cosa che io escludo, perché le indicazioni scientifiche sono molto contrastanti e soprattutto anche quelle più negative sono tutt'altro che indiscutibili, io ritengo che se noi dovessimo, a parte che abbiamo scoperto questo inquinamento elettromagnetico soprattutto da parte degli elettrodotti, quando dalla fine del secolo scorso abbiamo miriadi di elettrodotti che attraversano le Alpi, che ci passano sopra casa, non ce ne siamo accorti, soltanto così improvvisamente da dieci anni a questa parte abbiamo scoperto che ci può essere un pericolo di questo tipo. Voi sapete tra l'altro che, alla vigilia delle ultime elezioni politiche, c'è stata una battaglia fra l'allora Ministro dell'Ambiente Bordon contro Radio Vaticana, secondo me assolutamente inconsistente, che poi con il nuovo governo è stata risolta, quindi una tempesta in un bicchiere d'acqua in un certo senso. Quindi ci sono queste situazioni, poi fra l'altro questi sostenitori dell'inquinamento elettromagnetico magari hanno tre telefonini e sono continuamente al telefono. Quindi questo è uno strumento dell'informatica applicato alle telecomunicazioni ed è fondamentale per lo sviluppo del Paese. Dobbiamo diciamo adeguarci a quella che è la realtà degli altri paesi più avanzati del nostro. Lo Stato ha venduto le concessioni per l'UMTS a fior di aziende che hanno pagato un sacco di soldi che sono serviti tra l'altro per tappare alcuni buchi abbastanza consistenti nel bilancio dello Stato, e a questo punto non possiamo, sia pur verificando il fatto che si poteva evitare magari che il passaggio della rete, soprattutto poi i grandi elettrodotti, i grandi elettrodotti come voi sapete passano in genere in aree deserte in aree non particolarmente urbanizzate, certo se passano in città bisogna cercare di evitare magari entro certi limiti che passino proprio sopra le case, ma non possiamo eliminare. Qui abbiamo 8100 sindaci nessuno dei quali vorrebbe che una antenna per ripetizione televisiva o di UMTS o di telefonini sia installata sul proprio territorio. Sono situazioni, come del resto anche molti diciamo ammodernamenti delle centrali elettriche, l'elettricità è fondamentale. Noi abbiamo dimostrato, si dimostra industrialmente, e scientificamente che le centrali a olio combustibile sono fortemente inquinanti, mentre adesso le nuove tecnologie per le centrali a carbone in quanto sono tutte intubate all'interno sia dal momento in cui il carbone viene scaricato dalla nave sia in emulsione con dell'acqua, sia successivamente quando viene essiccato e mandato negli impianti per la produzione di energia sono meno inquinanti, allora fra un impianto a olio combustibile, - si ho finito, quando io parlo allora attacco a ruota libera e non mi ferma più nessuno - dicevo - ho finito - volevo togliermi alcuni sassolini dalle scarpe e siccome io me li devo togliere li ho voluti togliere, scusate la parola.
Quindi a questo punto dobbiamo, e così concludo, dobbiamo fare in modo che queste centrali vengano innovate, passando da un tasso di inquinamento molto maggiore qual è quello dell'olio combustibile a un tasso di inquinamento che è più controllato che poi magari potrà essere ulteriormente modificato. Quindi questi sono i problemi che noi abbiamo come paese industrialmente avanzato, che però ha preso una, diciamo, coscienza ambientale molto radicata che non è più soltanto patrimonio degli ambientalisti, dei verdi tout court, ma che è ormai diffuso in tutta la popolazione quindi dobbiamo fare in modo che la nostra posizione di paese industrialmente avanzato, uno dei G7, G8, quanto sono, che dobbiamo mantenere, sia compatibile poi con la difesa dell'ambiente fra l'altro poi il nostro è il paese che ha il 60% di beni culturali del mondo, ha una natura bellissima quindi è anche un modo per poi trasformare l'ambiente in soldi, in sviluppo economico cosa che non guasta affatto.
Grazie.

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